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Strage Alcamo Marina

Storia stragi

Strage di Alcamo Marina



STORIA TRATTA DA:

http://senzamemoria.wordpress.com/2008/05/11/la-strage-di-alcamo-marina/

Correva l’anno 1976. Nel bel mezzo di una notte fredda e piovosa del 27 gennaio un piccolo commando fece irruzione nella casermetta dei carabinieri di Alcamo Marina, in provincia di Trapani. Due militari, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta (nella foto) furono uccisi barbaramente nelle loro stanze. Il primo fu crivellato di colpi mentre dormiva, il secondo, svegliatosi a causa del rumore improvviso, non ebbe il tempo di impugnare la sua pistola.

Falcetta, colpito al petto e al viso, si trovava a terra nella sua stanza, Apuzzo sulla sua brandina, in un’altra stanzetta, in un pozzo di sangue. All’esterno solo i segni della fiamma ossidrica nella serratura squagliata e divelta di un piccolo portoncino. Pioveva forte e tuonava continuamente quella notte ad Alcamo Marina, ma come mai i due giovani carabinieri non si erano svegliati?

Erano anni difficili gli anni settanta, anche e soprattutto in Sicilia: il pericolo terrorismo, le brigate rosse, la mafia, i servizi segreti “deviati” presenti in provincia, il traffico di droga e anche gli sbarchi notturni sulle coste del Golfo di Castellammare proprio dove era collocata “la casermetta di Alcamarina”.

Alcamo Marina però a Gennaio è una zona apparentemente tranquilla. In quanto frazione balneare di Alcamo, d’inverno era ed è disabitata e desolata, d’estete invece viene presa d’assalto dagli alcamesi in vacanza. Apparentemente non accadeva mai nulla: solo qualche macchina che passava sulla strada statale che collega Trapani a Palermo, ma niente di più.

A segnalare la strage è la polizia: sono gli agenti di scorta dell’onorevole Giorgio Almirante che sta passando sulla statale alle sette del mattino. Vedono la porta della casermetta aperta con la serratura bruciacchiata e avvertono immediatamente i carabinieri.

La casermetta di Alcamo Marina





Poche ore dopo l’eccidio della casermetta, i militari della stazione di Alcamo sono sul posto quando arriva una prima rivendicazione. Un gruppo terroristico sconosciuto, il Nucleo Sicilia Armata, diffonde un messaggio: “La giustizia della classe lavoratrice ha fatto sentire la sua presenza con la condanna eseguita alle 1.55 ad Alcamo Marina”, dice una voce priva di inflessioni al centralinista de La Sicilia. Nel registratore rimangono incise queste parole: “Il popolo e i lavoratori faranno ancora giustizia di tutti servi, carabinieri in testa, che difendono lo stato borghese. Il bottone perso da uno dei componenti del nostro commando armato che ha operato ad Alcamo Marina è una traccia inutile perché l’abbiamo preso da una giacca tempo addietro a Orbetello. Carabinieri e polizia fanno meglio a difendersi e a dedicare le loro energie ad altro.  Fanno meglio a difendersi assieme ai loro padroni fascisti e americani. Sentirete ancora molto presto parlare di noi. Possiamo agire ad Alcamo, a Roma, ovunque”.

Di questo commando terroristico non si sentirà più parlare in futuro ma di certo chi fece tale annuncio era stato sulla scena del crimine o comunque era molto informato: sul pavimento della casermetta infatti era presente proprio un bottone. La smentita delle stesse Brigate Rosse, il 30 gennaio dello stesso anno, sembra però non sbarrare la strada alla pista terroristica.

Quello che manca all’interno delle stanze sono le divise dei carabinieri, le loro pistole e altri oggetti personali. Chi è entrato perché ha preso roba così scottante?

Tante altre furono le ipotesi vagliate dagli inquirenti fin dalle prime ore della mattina del 27 gennaio 1976  perché Alcamo Marina è soltanto apparentemente tranquilla. In quei tre chilometri di spiaggia accadono un sacco di cose e soprattutto d’inverno: ci sono infatti interi sbarchi di sigarette di contrabbando, di droga e forse anche di armi. Altro aspetto importante da evidenziare è che la strage della casermetta non è il primo attacco subito dai carabinieri in quella zona: nel giugno del 1975 qualcuno, mai identificato, aveva già sparato a una pattuglia dei carabinieri verso le 2 di notte.


I cadaveri di:

                                                           

                                                       Francesco Paolo Guarrasi                            Antonio Piscitello


 
 


Sempre ad Alcamo Marina ci sono anche alcuni omicidi eccellenti come quello dell’assessore ai lavori pubblici di Alcamo Francesco Paolo Guarrasi (ex sindaco DC) ucciso nel maggio del 1975 con 4 colpi di pistola, mentre scende dalla sua auto proprio sotto casa. La pistola che lo uccide è la stessa calibro 38 che soltanto un mese prima aveva ucciso ad Alcamo il consigliere comunale Antonio Piscitello.

A capo delle indagini sulla casermetta fu posto il colonnello Giuseppe Russo, allora capitano del nucleo operativo di Palermo, braccio destro del generale Dalla Chiesa, che poi sarà ucciso dalla mafia nel 1977 nell’agguato di Ficuzza. L’orientamento che si diede alle indagini fu rivolto ai gruppi di estrema sinistra fino a quando non accadde il colpo di scena.

Il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo



La svolta avvenne il 13 febbraio. A un posto di blocco fu fermato un giovane alcamese, Giuseppe Vesco, su una Fiat 127 verde con una targa di cartone “Trapani 121”. Questi aveva in mano una pistola (si pensa che fosse scarica dato che il giovane aveva un arto amputato) e dopo una perquisizione ne venne trovata una seconda. Era una Beretta in dotazione ai carabinieri, probabilmente rubata durante l’omicidio della casermetta. Dopo una perquisizione a casa del ragazzo e attente analisi si dimostrò che Vesco era in possesso dell’arma del delitto. Troppo poco però per condannarlo per omicidio volontario. Fu dunque interrogato dai carabinieri ma questi negò in modo deciso la sua partecipazione all’agguato dicendo che doveva solo consegnare le armi a qualcuno.

La situazione stava diventando sempre più critica. Alle indagini collaboravano anche esponenti dell’antiterrorismo di Napoli e i carabinieri erano molto tesi. Giuseppe Vesco fu bendato e legato. L’obiettivo iniziale era conoscere a tutti i costi il luogo dove erano tenute le armi e le divise trafugate dalla casermetta. Dopo essersi dichiarato “prigioniero politico” e negato in tutti i modi la sua partecipazione alla strage improvvisamente il fermato Vesco cambiò versione.

Giuseppe Vesco



Dopo circa un’ora Vesco fece ritrovare armi e divise in una stalla di proprietà di Giovanni Mandalà, un bottaio di Partinico (piccolo paese vicino Alcamo). Ai carabinieri non bastava però il ritrovamento di armi, divise e tesserini. Chi faceva parte del commando? A questa domanda Vesco confessò di aver partecipato alla strage insieme ad altri tre ragazzi: Gaetano Santangelo, Giuseppe Gulotta e Vincenzo Ferrantelli.

I tre ragazzi alcamesi più il partinicese Mandalà furono tutti tratti in arresto per omicidio e costretti a confessare firmando un verbale di riconoscimento di colpevolezza.

La versione accertata dei fatti fu la seguente: Giovanni Mandalà, il bottaio di trentotto anni di Partinico, avrebbe forzato la porta della caserma con la fiamma ossidrica e  a sparare  invece sarebbero stati  Giuseppe Gulotta e Gaetano Santangelo, due giovani alcamesi di diciannove e diciassette anni, mentre Vincenzo Ferrantelli, uno studente di sedici anni di Alcamo, avrebbe solo messo a soqquadro le stanze.

Come mai Giuseppe Vesco cambiò versione così facilmente? Potevano mai 3 ragazzi giovanissimi (di cui due minorenni) uccidere a brucia pelo due carabinieri di notte entrando nella loro caserma? E se si, erano soli? Chi aveva progettato questa strage in piena notte in una caserma, un luogo non di certo facile per uccidere due militari?




Le persone accusate da Giuseppe Vesco di far parte del commando: Santangelo, Gulotta, Ferrantelli e Mandalà
Negli ultimi mesi del 2007, un ex brigadiere dell’Arma dei Carabinieri, Renato Olino, membro del nucleo anti-terrorismo di Napoli, che partecipò allora alle indagini, ha spiegato come si sono svolti veramente i fatti. Dopo 32 anni dall’accaduto l’ex brigadiere Olino ha affermato chiaramente che sia a Vesco che agli altri ragazzi accusati, le confessioni furono estorte con violenza. Vennero messi nelle loro bocche imbuti e versati al loro interno grossi quantitativi di acqua e sale. Gli accusati furono anche picchiati (perfino nelle parti intime) e venne usato anche un “telefono da campo” in grado di produrre scariche elettriche per torturare ulteriormente i fermati.

L’ex brigadiere Renato Olino




Giuseppe Vesco però aveva dichiarato già nel 1976, dopo aver firmato la sua colpevolezza, di essere stato torturato. Il giovane alcamese racconta tutti dettagli delle torture subite e cosa gli è accaduto nelle sue lettere dal carcere San Giuliano di Trapani. In queste lettere descrive minuziosamente il comportamento dei carabinieri e come sono state estorte le confessioni dei fermati. Parole molto dure e scene davvero terribili.

Dopo qualche mese da quel tragico gennaio 1976 Vesco aveva provato anche a scagionare i presunti complici, purtroppo senza riuscirci.

Un altro colpo di scena però accade il 26 ottobre del 1976, pochi giorni prima di essere ascoltato dagli inquirenti: Giuseppe Vesco, nonostante avesse un arto imputato, viene ritrovato impiccato alle sbarre della finestra della sua cella. Tale circostanza non venne mai chiarita.

Gli accusati da Vesco, anche loro torturati, subiscono un’odissea di condanne dopo un iter giudiziario complicato. Ergastolo per il bottaio Giovanni Mandalà, che avrebbe aperto la porta della caserma con la fiamma ossidrica e custodito le armi, ergastolo a Giuseppe Gulotta, che avrebbe sparato, 20 anni a Gaetano Santangelo, che avrebbe sparato anche lui ma allora minorenne, e 20 anni anche a Vincenzo Ferrantelli, che ha rubato armi e divise anche lui minorenne.

Mandalà è deceduto di morte naturale dopo essersi fatto diversi anni di carcere, Santangelo e Ferrantelli, tra un appello e l’altro, si sono rifugiati in un paese del Sudamerica che non ha accordi di estradizione con l’Italia.

Il brigadiere Olino s’è presentato spontaneamente nel 2008 davanti al procuratore capo della Procura di Trapani e ha rivelato che furono mandati in galera degli innocenti, dopo sevizie di cui ancora si vergogna e a cui ha rifiutato di partecipare.

Gulotta ha chiesto e ottenuto la revisione del processo (che si riapre tra qualche mese a Reggio Calabria) e sarebbe un fatto clamoroso se i magistrati riusciranno a provare la sua innocenza visto che ha passato 23 anni all’ergastolo e solo da 2 anni è in libertà vigilata.

Recentemente la Procura di Trapani ha scoperto che per rendere vane le denunce delle sevizie da parte dei ragazzi, i carabinieri ritinteggiarono dopo gli interrogatori le pareti della caserma e cambiarono la disposizione dei mobili. Oggi purtroppo sono passati più di trent’anni, e i reati di sequestro di persona e di sevizie sono prescritti.

MA CHI ERANO I DUE CARABINIERI?

Carmine Apuzzo, diciannove anni, originario di Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, in servizio da circa un anno, era arrivato da poco ad Alcamo Marina. L’appuntato Salvatore Falcetta invece attendeva il trasferimento con ansia, vista la grave malattia che aveva colpito la madre. Contava i giorni, l’appuntato, per avvicinarsi al paese natale ed assistere l’anziana donna, costretta a letto da un enfisema polmonare. “Dovrò sostituite un collega che ha chiesto un periodo di licenza più lungo del previsto, poi andrò a Buseto”, disse ai familiari in una delle ultime telefonate dopo l’Epifania di quel 1976.

PERCHÉ SONO STATI UCCISI?

Prima che venisse fermato Giuseppe Vesco, le prime ipotesi, come abbiamo detto,  furono diverse. Si vagliò l’ipotesi di una vendetta organizzata contro i due militi che avrebbero intralciato, forse casualmente, un illecito affare di un clan mafioso della zona ( i Rimi di Alcamo o la famiglia di Castellammare del Golfo); venne seguita anche la tesi del disegno terroristico del delitto per creare confusione politica nel Paese; inoltre non si escluse il movente per questioni d’onore.

Anche Peppino Impastato è stato coinvolto nella vicenda. Questi, la cui casa fu inoltre oggetto di perquisizione pochi giorni dopo la strage di Alcamo,  riteneva invece che l’uccisione dei due carabinieri fosse maturata in un contesto diverso da quelli fino ad allora ipotizzati. In una delle registrazioni di Radio Aut, Peppino Impastato dice letteralmente: “Il duplice omicidio di Alcamo era un avvertimento sanguinoso dato ai carabinieri per la loro conduzione delle indagini sul rapimento e l’uccisione di Luigi Corleo, gabelliere ed erede del potentato di Bernardo Mattarella nel trapanese“. I carabinieri erano vicini all’individuazione del mandante e quindi è possibile che la strage della casermetta si collochi come espediente per distrarre l’arma dei carabinieri dalle indagini su questo caso.

LE ULTIME PISTE SEGUITE

Un collaboratore di giustizia, Leonardo Messina, della famiglia di San Cataldo di Caltanisetta, soltanto recentemente ha illustrato un’altra verità: quando era in carcere a Trapani venne a sapere da altri mafiosi di Alcamo che la strage della casermetta era stato un errore. Era stato stabilito di affidarla ad alcuni affiliati della famiglia di Alcamo ma poi era stato deciso di che non si sarebbe fatta più. Il contro-ordine purtroppo era arrivato troppo tardi e la mafia aveva ugualmente eseguito l’operazione. Perché la mafia doveva eseguire tale strage? Perché Cosa Nostra aveva pianificato una serie di attacchi allo Stato: era stata decisa una vera e propria strategia della tensione. Probabilmente accordi segreti tra mafia e servizi segreti deviati.

Un altro mafioso della famiglia di Alcamo, Giuseppe Ferro, conferma che la strage della casermetta non fu eseguita da quei giovani accusati e che la mafia questo lo sapeva bene.

Peppino Impastato




Dopo la strage di Alcamo, Peppino Impastato scrive un volantino con le sue opinioni, davvero sorprendenti: l’eccidio dei due carabinieri è stato eseguito da alcuni carabinieri e da parti deviate dei servizi segreti. Ma aggiunge anche altro: su questo delitto i depistaggi erano all’ordine del giorno per coprire alcuni settori pericolosi e  nascosti a livello istituzionale.

Oggi dopo le rivelazioni di Renato Olino, i magistrati indagano ancora e sono tornati sulle tracce di GLADIO. La presenza di Gladio è documentata a Trapani negli anni 90 (con l’esistenza del misterioso Centro Scorpione) ma le indagini sulla casermetta inducono a ritenere che questa a Trapani ci fosse già da molto tempo prima.

Il 26 gennaio 1976 Apuzzo e Falcetta avrebbero fermato un furgone. Danno l’alt, vogliono vedere cosa trasporta. La scoperta è incredibile: ci sono tantissime casse piene di armi e gladiatori della sede trapanese di Gladio. Tutti vengono portati nella casermetta per il verbale ma Apuzzo e Falcetta vengono uccisi. Un poliziotto del trapanese ha riferito recentemente alla magistratura  che una fonte sicura gli riferì nel 1993 la vera storia della strage della casermetta: Il furgone fermato portava armi di Gladio, nella casermetta fu organizzata una messainscena, forse i carabinieri furono portati altrove e poi riportati morti all’interno della caserma. Dagli armadi probabilmente sparì anche qualcos’altro. E per questo furono uccisi perché non venisse svelata «Gladio» che per vent’anni ancora sarebbe rimasta segreta, ma forse anche per non far svelare qualcos’altro…

Il simbolo di Gladio



Le rivelazioni dell’ex brigadiere Olino hanno portato sotto inchiesta i componenti di quel gruppo: Elio Di Bona, Giovanni Provenzano, Giuseppe Scibilia, Fiorino Pignatella. Chiamati a rispondere davanti al pm nonostante la conclamata prescrizione si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Da loro nessuna conferma ma neanche alcuna smentita. Perché ancora silenzi?

ALTRE STRANE VICENDE LEGATE ALLA STRAGE
Giovanni Mandalà è protagonista di altre tristi vicende legate a questa strage. Ha sostenuto infatti fin dall’inizio che il locale in cui sono state ritrovate le divise dei due militari uccisi era stato preso in affitto proprio da Giuseppe Vesco e che lui non era a conoscenza dei piani di Vesco. La moglie ha raccontato sempre al giornale trapanese Quarto Potere che la giacca di Mandalà su cui sono state ritrovate delle macchie di sangue era stata manomessa. Ha raccontato che quando questa fu sequestrata non c’era alcuna macchia di sangue. Dopo il sequestro il fratello di Mandalà si recò presso la caserma di Partinico. Gli fu assicurato che non c’era alcuna macchia e che potevamo stare tranquilli. Successivamente, attraverso i giornali, la famiglia Mandalà scoprì invece che erano state rilevate delle tracce. Sempre il cognato andò allora dal maresciallo con un registratore. Quest’ ultimo, secondo la versione della difesa, ancora una volta ammise che sulla giacca c’era la presenza di due sole macchioline che però non erano di sangue ma solo di semplice vino. Sempre la moglie di Mandalà ha dichiarato su Quarto Potere che consegnarono successivamente la bobina ai giudici e nel corso del processo furono inoltre sollevati molti dubbi in relazione all’attendibilità dei risultati della perizia effettuata sulla giacca. I giudici decisero così di disporre ulteriori esami ma quando andarono a cercare la giacca e la bobina erano entrambe scomparse. Il maresciallo, chiamato a deporre, non si presentò mai in aula adducendo motivi di salute e così i giudici, in assenza di ulteriori prove contrastanti, decisero di condannare Giovanni Mandalà all’ergastolo.

 
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