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Dalla Chiesa Carlo Alberto generale

D

GENERALE CARLO ALBERTO DALLA CHIESA
   


a Lui è intitolata la Medaglia  d'oro al valor Civile alla Memoria





con la seguente motivazione:
GIA’ STRENUO COMBATTENTE, QUALE ALTISSIMO UFFICIALE DELL’ARMA DEI CARBINIERI, DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA, ASSUMEVA ANCHE L’INCARICO, COME PREFETTO DELLA REPUBBLICA, DI RESPINGERE LA SFIDA LANCIATA ALLO STATO DEMOCRATICO DALLE ORGANIZZAZIONI MAFIOSE, COSTITUENTI UNA GRAVISSIMA MINACCIA PER IL PAESE. BARBARAMENTE TRUCIDATO IN UN VILE E PRODITORIO AGGUATO, TESOGLI CON EFFERATA FEROCIA, SUBLIMAVA CON IL PROPRIO SACRIFICIO UNA VITA DEDICATA, CON ECCELSO SENSO DEL DOVERE, AL SERVIZIO DELLE ISTITUZIONI, VITTIMA DELL’ODIO IMPLACABILE E DELLA VIOLENZA DI QUANTI VOLEVA COMBATTERE.
Palermo 3 settembre 1982



 




   

UN RITRATTO  del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa
di Enzo Viola
Saluzzo, cittadina piemontese lo vede nascere il 27 settembre 1920.
Figlio e fratello di ufficiali dell’Arma, divenne ufficiale di complemento di fanteria nel 1942, passò all’Arma in s.p.e. e completò gli studi di giurisprudenza; dopo l’armistizio entrò nella Resistenza, operando in clandestinità negli Abruzzi e nelle Marche e nel 1944 partecipò alla presa di Roma con le truppe alleate.
Dopo la guerra comandò la Compagna di Casoria e quindi in Sicilia nella formazione Forze Repressioni Banditismo.
Sempre in Sicilia comandò il Gruppo Squadriglie di Corleone e svolse ruoli importanti e di grande delicatezza, meritando una Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Una breve parentesi di servizio a Firenze, a Como e presso il comando di Brigata di Roma nel 1964, parentesi caratterizzata anche da un asserito contrasto con il Generale Giovanni De Lorenzo, che era divenuto Comandante Generale dell’Arma e che l’aveva destinato, ormai tenente colonnello al comando di istituti di istruzione in Piemonte.
Nel 1964 passò al coordinamento del nucleo di polizia giudiziaria presso la Corte d’Appello di Milano, che poi unificò e diresse come nuovo gruppo.
Dal 1966 tornò in Sicilia con il grado di colonnello, al comando della Legione carabinieri di Palermo dove assicurò alla Giustizia boss come Gerlando Alberti e Frank Coppola ed iniziando a seguire piste che avrebbero aperto al successivo disvelamento delle relazioni fra mafia e politica.
Nel 1968 intervenne con i suoi reparti in soccorso delle popolazioni del Belice colpite dal sisma, riportandone una medaglia di bronzo al valor civile.
Nel 1973 fu promosso al grado di Generale di Brigata e nel 1974 divenne comandante della Regione militare di nord-ovest con giurisdizione su Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria.
Nel 1974 creò una struttura antiterrorismo con base a Torino che gli consentì di catturare tra gli altri Renato Curcio e Alberto Franceschini esponenti di spicco delle Brigate Rosse.
Nel 1977 fu nominato Coordinatore del Servizio di Sicurezza degli Istituti di Prevenzione e Pena; passato Generale di Divisione, nel 1978 ottenne poteri speciali per diretta determinazione governativa e fu nominato Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti Informativi per la lotta contro il terrorismo.
La concessione di tale poteri speciali fu veduta da taluni come pericolosa o impropria e le estreme sinistre la catalogarono come atto di repressione.
Mise in pratica diverse forme di intervento, in particolare sollecitando ed ottenendo dal governo la formalizzazione di un rapporto privilegiato con la delazione interna al movimento eversivo, creando anche giuridicamente la figura del pentito.
Ebbe successo nell’individuare ed arrestare gli indiziati esecutori materiali degli omicidi di Moro e della sua scorta, nell’arrestare centinaia e centinaia di fiancheggiatori o presunti tali, rassicurando l’opinione pubblica sulla giustezza delle scelte effettuate e riconoscendo al contempo all’Arma una generalizzata fiducia popolare.
Il ripetersi di brillanti operazioni e prestigiosi successi celebrati dalla stampa nazionale ed internazionale fanno si che le polemiche iniziali vengano a smorzarsi.
Dal dicembre 1979 al dicembre 1981 comandò la prestigiosa Divisione Pastrengo a Milano per poi arrivare nel 1982 alla carica di Vice Comandante Generale dell’Arma.
con la prima moglie Dora Fabbo
con la seconda moglie Emanuela Setti Carraro

Al suo fianco, dopo la morte dell’amatissima moglie Dora Fabbo, una seconda giovanissima moglie: Emanuela Setti Carraro.
Intanto il Ministro degli Interni comincia a pensare ad un nuovo incarico per il Generale Dalla Chiesa.
L’escalation mafiosa è fortissima e l’austero generale sembra la persona giusta per arrestarla. Il Ministro ne parla con il Presidente del Consiglio Giovanni Spadolini, poi con i segretari dei cinque partiti di maggioranza ed infine sonda gli umori delle forze di opposizione. Da tutti un aperto consenso.
Nel mese di maggio, la nomina a Prefetto a Palermo.
Al suo arrivo trova una situazione pesante perchè è scoppiata una guerra tra le cosche, causata dal progetto di creare una nuova Las Vegas ad Atlantic City il cui guadagno netto stimato si aggirerebbe intorno ai 130 miliardi di lire all’anno.
La raccolta dei fondi per l’operazione si rivela un successo, ma un controllo di contabili di Cosa Nostra scopre un ammanco di 20 miliardi.
Anche l’uccisione del segretario regionale del PCI Pio la Torre, avvenuta il giorno precedente l’arrivo di Dalla Chiesa a Palermo, sembra un avvertimento rivolto proprio a lui. Il segnale che la mafia non gli darà tregua.
Il generale reagisce con un gesto di sfida. Esce dalla prefettura, sale su un taxi e si fa portare in pieno centro, a piazza Politeama e si mischia con la gente.
Una cosa la capisce subito, per conquistare l’appoggio del pubblico a rompere l’omertà mafiosa deve mostrare a tutti di non aver paura. Incontra gli operai dei cantieri, gli studenti del liceo Garibaldi: sa che la carenza di poteri può essere colmata suscitando nell’immediato un clima di consenso popolare.
Il Prefetto Dalla Chiesa non si fa illusioni “Certamente non sono venuto per sgominare la mafia, perchè il fenomeno mafioso non lo si può sgominare in una battaglia campale, in una guerra lampo, un cosidetto blitz. Però vorrei riuscire a contenerlo, per poi sgominarlo”
A Palermo lamentò più volte la carenza di sostegno da parte dello Stato (“Mi mandano in una realtà come Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì”).
Per sconfiggere la mafia ha messo a punto un progetto ben definito che prevede la creazione di centri antimafia alle sue dipendenze dirette in varie Prefetture a livello nazionale oltre che nelle province siciliane; la facoltà di ordinare indagini finanziarie ed intercettazioni telefoniche, la formazione di nuclei costituiti da ufficiali di sua fiducia. Qualcosa di analogo alla struttura di cui si era servito nella lotta al terrorismo delle Brigate Rosse, ma a Roma si è restii a conferirgli poteri più significativi di quelli del Ministro degli Interni.
Anche le richieste più modeste vengono accolte solo parzialmente.
Tuttavia Dalla Chiesa agisce. In due blitz successivi interrompe con 10 arresti il summit dei vincitore corleonesi a Villagrazia, mentre in Via Messina Marine scopre una raffineria di eroina.
Nel giugno del 1982 invia il rapporto dei 162, una vera mappa del crimine organizzato. Per 20 giorni i Magistrati tacciono, poi spiccano 87 mandati di cattura: 18 arresti, ma restano latitanti una ventina dei più grossi capi mafiosi.
La situazione dal punto di vista degli aiuti da parte del governo centrale non migliora ed allora per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla situazione inizia a confidare le sue preoccupazioni ai giornalisti con diverse interviste.
Tali uscite pubbliche vengono interpretate come una polemica diretta con Rognoni. Qualche collega lo riferisce al ministro. Tra il ministro ed il generale si rende ormai necessario un chiarimento.
Sei giorni dopo ferragosto, i due si incontrano a Ficuzza, nei pressi di Corleone, per la commemorazione di un ufficiale dei carabinieri ucciso dalla mafia cinque anni prima.
Il ministro promette che nella riunione del comitato nazionale per la sicurezza, in programma il 7 settembre a Roma, verranno concretizzate alcune delle richieste fatte.
Ma il 7 è tardi: i successi ottenuti e le indagini in corso fanno si che Cosa Nostra decide che è il momento di risolvere il problema Carlo Alberto.
La sera del 3 settembre 1982 alle ore 21 e15, la A112 guidata dalla moglie e sulla quale viaggiava il Prefetto, viene affiancata lungo la via Carini di Palermo da una BMW con a bordo Antonino Madonia e Calogero Ganci che fecero fuoco attraverso il parabrezza e trenta pallottole di Kalashnikov falciano il Generale Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro che lo stesso aveva vanamente tentato di difendere con il proprio corpo.
Un altro killer in motocicletta affianca la macchina con a bordo Domenico Russo, scorta del prefetto, e lo fredda.
Al funerale ci sono molte grida in favore della pena di morte, e solo il Presidente Sandro Pertini riesce a raggiungere indisturbato la sua auto mentre altre personalità politiche vengono circondate, spintonate e fatte oggetto a lancio di monetine.
Il 5 settembre arriva una telefonata anonima al quotidiano La Sicilia: “L’operazione Carlo Alberto è conclusa”.
Al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa sono state conferite, tra le altre:
Due Croci di guerra
Medaglia di Benemerenza Volontari della II Guerra Mondiale
Medaglia d’Argento al Valor Militare
Medaglia di Bronzo al Valor Civile
20 Encomi Solenni
Grande Ufficiale al merito della Repubblica Italiana
Croce di Grande Ufficiale dell’Ordine Militare d’Italia

Dopo la sua morte gli fu conferita la Medaglia d’Oro al Valor Civile con la seguente motivazione:
GIA’ STRENUO COMBATTENTE, QUALE ALTISSIMO UFFICIALE DELL’ARMA DEI CARBINIERI, DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA, ASSUMEVA ANCHE L’INCARICO, COME PREFETTO DELLA REPUBBLICA, DI RESPINGERE LA SFIDA LANCIATA ALLO STATO DEMOCRATICO DALLE ORGANIZZAZIONI MAFIOSE, COSTITUENTI UNA GRAVISSIMA MINACCIA PER IL PAESE. BARBARAMENTE TRUCIDATO IN UN VILE E PRODITORIO AGGUATO, TESOGLI CON EFFERATA FEROCIA, SUBLIMAVA CON IL PROPRIO SACRIFICIO UNA VITA DEDICATA, CON ECCELSO SENSO DEL DOVERE, AL SERVIZIO DELLE ISTITUZIONI, VITTIMA DELL’ODIO IMPLACABILE E DELLA VIOLENZA DI QUANTI VOLEVA COMBATTERE.
Palermo 3 settembre 1982
Il Generale Dalla Chiesa siede tra gli eroi che l’Arma dei Carabinieri ha donato al Paese ed al Popolo italiano, ed anche quando si affievolisce il ricordo di lontani eroismi, resta indelebile la nuda, spartana virtù del dovere compiuto in nome di una società civile.
STORIA
<< Se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue Istituzioni e delle sue Leggi; non possiamo oltre delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti. >>
(Carlo Alberto Dalla Chiesa)

<< Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di Forlì! >>
(Carlo Alberto Dalla Chiesa)

Carlo Alberto Dalla Chiesa
Saluzzo, cittadina sabauda e piemontese sino al midollo, lo vede nascere il 27 settembre 1920. E' un figlio d'arte: il papà ufficiale dei Carabinieri (Romano), il fratello pure (Romolo). Il primo contatto con la vita militare è la dura guerra nel Montenegro come sottotenente nel 1941. Un anno dopo passa ai Carabinieri e viene assegnato alla tenenza di San Benedetto del Tronto dove resta fino al fatidico 8 settembre 1943.
Passa nella provincia di Ascoli Piceno e un bel giorno viene affrontato da un partigiano comunista. I partigiani della zona temevano che lui fosse responsabile del blocco dei rifornimenti di armi che gli alleati di tanto in tanto riuscivano a spedire via mare.
Alla domanda "Lei con chi sta, tenente, con l'Italia o la Germania?", Dalla Chiesa risponde offrendo la sua collaborazione e per un certo periodo le cose filano a meraviglia. Poi, purtroppo qualcuno fa la spia e per Dalla Chiesa è meglio cambiare aria e darsi alla macchia insieme agli altri patrioti: diventa un responsabile delle trasmissioni radio clandestine di informazioni per gli americani.
La guerra si chiude per lui con una promozione e due croci al merito di guerra, tre campagne di guerra, una medaglia di benemerenza per i volontari della II GM, il distintivo della guerra di liberazione ed una laurea in giurisprudenza conseguita a Bari. In quella stessa università prenderà più tardi la laurea in scienze politiche.
La Sicilia che lo vede arrivare giovane capitano è immersa nel regno di terrore della mafia agraria, quella di Don Calò Vizzini, di Genco Russo e di Luciano Leggio. E' una mafia che poi verrà rievocata con nostalgia quando emergeranno nuovi e ferocissimi boss, ma in realtà era solo più arcaica, non meno spietata.
Cosa Nostra ha stretto un patto di ferro con i più retrivi latifondisti che temono le lotte e le rivendicazioni contadine guidate dai sindacalisti comunisti e socialisti.

Nei covi di Corleone
Per Lucianeddu Leggio (più conosciuto come Liggio), il segretario della Camera del Lavoro di Corleone, Placido Rizzotto rappresenta una spina nel fianco. Parla troppo, protesta troppo, intralcia troppo. Rizzotto, un semplice bracciante, cresciuto tra le insidie di una mafia occhiuta ed oppressiva, è un tipo prudente e cauto che non manca di prendere le sue precauzioni. Leggio affida il compito ai suoi giovani cagnazzi, "Binnu" e "Totò u' curtu". Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano e Totò Riina sono picciotti fedelissimi, aggressivi, spavaldi, che si mostrano in paese annancando con il caratteristico incedere mafioso. Sono furbi e si rendono conto che bisogna prendere Rizzotto per tradimento.
Un giuda si trova. Il 10 marzo 1948 il sindacalista viene caricato su una macchina, portato in luogo sicuro, torturato e suppliziato. Il suo cadavere viene gettato in una forra Lo trovano molto tempo dopo e riconoscono i resti da uno scarpone.
Dalla Chiesa è chiamato dal colonnello Ugo Luca nel nuovissimo CFRB (Comando Forze Repressione Banditismo), che ha la missione di farla finita con Salvatore Giuliano, il re di Montelepre. A lui viene affidato il comando del gruppo squadriglie, basato a Corleone. Qui il piemontese ha primo impatto con questo tortuoso ambiente.
E' un ufficiale abile, duro, inflessibile, gran lavoratore, non meno paziente dei suoi avversari corleonesi. A dispetto dell'omertà e della paura estremamente diffuse riesce insieme ai suoi colleghi a inchiodare tutti gli assassini di Rizzotto e a spedirli sotto processo, incluso Leggio.
Vittoria di Pirro. Il processo si conclude con una serie di assoluzioni per insufficienza di prove. Il giovane capitano viene opportunamente trasferito. Premio, siluramento, precauzione? Chissà. La Sicilia gli è rimasta dentro al cuore.
Da ufficiale superiore è aiutante maggiore della legione e capo ufficio OAIO (Ordinamento Addestramento Informazioni Operazioni) della IV brigata di Roma e della legione di Torino. Poi regge i comandi del nucleo di polizia giudiziaria e del gruppo di Milano.

A caccia di battesimi e nozze
Negli anni Sessanta Carlo Alberto torna nell'isola del suo destino e per oltre 7 anni gli viene affidato come colonnello il comando della legione di Palermo (1966-1973).
Qualcosa dallo scacco di quindici anni fa l'ha imparata. Bisogna conoscere a fondo la situazione e raccogliere quante più prove possibili, facendo i conti con la realtà del posto.
Cosa Nostra non è stata con le mani in mano e si è adeguata rapidamente ai tempi nuovi. Ha progressivamente spostato i suoi interessi dal settore dell'agricoltura in cui aveva operato per oltre un secolo, a quelli industriale e commerciale, specialmente nel campo dell'edilizia e dei lavori pubblici. I tradizionali rapporti di "strusciamento con il potere" si rafforzano specialmente con le istituzioni amministrative e politiche in modo da influire sulle direttrici di sviluppo edilizio delle città, sull'ubicazione delle opere pubbliche, sulle destinazioni dei finanziamenti, sugli appalti.
Lo scambio è sempre lo stesso: appoggio politico contro concessioni illegali di licenze e appalti. Il risultato è che gradualmente una serie di politici aiutano l'espandersi delle attività economiche mafiose, quando i rappresentanti mafiosi non sono direttamente inseriti nel tessuto politico ed amministrativo.
Alla base dell'organizzazione c'è la 'famiglia', rigidamente ancorata al territorio. In essa ci sono gli uomini d'onore o soldati, comandati dai capidecina, guidati da un capo famiglia o rappresentante coadiuvato da un vice e da uno o più consiglieri. Più famiglie sono rette dai capi mandamento che siedono nella cupola o commissione provinciale.
Una struttura del genere è difficile da infiltrare, ma qualcosa si può sempre sapere ed è possibile conoscere la struttura attraverso il legame della famiglia. Sentiamo cosa diceva Dalla Chiesa alla commissione antimafia del 1962.
"Onorevole presidente, scoprirli [i capi mafiosi] non è difficile, in quanto i nomi sono sulle bocche di molti. (...) Vorrei mostrare (...) una scheda, che io ho preparato per la mia legione, per tutti i miei collaboratori, dedicata proprio ai mafiosi o indiziati tali.(...) attraverso le parentele e i comparati, che valgono più delle parentele, si può avere una visione organica della famiglia, della genealogia, più che un'anagrafe dei mafiosi. Quest'ultima è limitata al personaggio; la genealogia di ciascun mafioso ci porta invece a stabilire chi ha sposato il figlio del mafioso, con chi si è imparentato, chi ha tenuto a battesimo, chi lo ha avuto come compare di matrimonio; e tutto questo è mafia, è propaggine mafiosa (...) ... è molto più efficace seguire i mafiosi cosi, cioè non attraverso la scheda solita del ministero dell'Interno, ma da vicino, attraverso i figli, attraverso i coniugi dei figli, attraverso le provenienze, le zone dalle quali provengono, perché anche le zone d'influenza hanno la loro importanza".
Non è una trovata trascendentale, ma è il metodo e la costanza con cui si applica che danno i risultati.
Nel 1966 un vero e proprio censimento degli uomini d'onore è stato finalmente realizzato e si conclude con l'arresto di 76 boss. Gente come Frank Coppola (Frank Tre dita) e Gerlando Alberti vengono arrestati e spediti al soggiorno obbligato.

Il trionfo sulle Brigate rosse
All'epoca Dalla Chiesa credeva moltissimo al soggiorno obbligato, più tardi si accorgerà che era a doppio taglio: allontanava i boss dalle loro zone e favoriva l'estendersi della piovra altrove.
Poi i processi vanificheranno di nuovo la sua opera e un Dalla Chiesa più disilluso dichiarerà alla commissione antimafia riunita il 4 novembre 1970: "Siamo senza unghie, ecco; francamente, di fronte a questi personaggi, mentre nell'indagine normale, nella delinquenza, possiamo far fronte e abbiamo ottenuto anche dei risultati di rilievo, nei confronti del mafioso in quanto tale, in quanto inquadrato in un contesto particolare, è difficile per noi raggiungere le prove...".
Non c'è però tempo per i rimpianti. La lotta al terrorismo coinvolge presto Dalla Chiesa, ormai promosso generale. Dall'ottobre 1973 al marzo 1977 comanda la brigata di Torino. Poi nel maggio 1977 assume l'incarico di coordinamento del servizio di sicurezza degli istituti di prevenzione e pena. Prima del suo arrivo le evasioni spettacolari avevano insinuato il sospetto che nelle carceri si potesse fare di tutto. Dopo la cura del generale vengono fuori le cosiddette supercarceri la fuga dalle quali è praticamente impossibile. Si tratta di un duro colpo sia per i terroristi che per i mafiosi, come ben sa Totò Riina finito proprio in uno di questi istituti di massima sicurezza.
Successivamente (settembre 1978) assume anche le funzioni di coordinamento e di cooperazione tra forze di polizia nella lotta al terrorismo.
Dallas, come lo soprannominano affettuosamente i suoi con una contrazione, è sempre un militare tutto d'un pezzo. Gira senza scorta perché crede che un ufficiale all'assalto non ci va con la scorta, ma sa benissimo coprirsi le spalle dalle insidie dei palazzi romani.
Quando riceve i pieni poteri per la lotta alle Brigate Rosse una stampa faziosa lo dipinge come un futuro uomo forte della scena politica italiana. Lui non si muove prima di una discreta e attenta gestione delle pubbliche relazioni, che gli garantisce un segnale di via libera anche da parte delle opposizioni.
Solo allora attua la sua controguerriglia urbana ,conseguendo prestigiosi successi, celebrati dalla stampa nazionale ed internazionale, arrestando i capi storici delle Brigate Rosse e contribuendo validamente a debellare il fenomeno in Italia.
"I nostri reparti dovevano vivere la stessa vita clandestina delle Brigate Rosse. Nessun uomo fece mai capo alle caserme: vennero affittati in modo poco ortodosso gli appartamenti di cui avevamo bisogno, usammo auto con targhe false, telefoni intestati a utenti fantasma, settori logistici ed operativi distanti tra loro. I nostri successi costarono allo Stato meno di 10 milioni al mese".
Dal dicembre 1979 al dicembre 1981 comanda la prestigiosa Divisione Pastrengo a Milano per poi arrivare nel 1982 alla massima carica per un carabiniere: vice Comandante Generale dell'Arma.
Con le promozioni arrivano altre decorazioni: croce d'oro per anzianità di servizio, medaglia d'oro di lungo comando, distintivo di ferita in servizio, una medaglia d'argento al valor militare, una di bronzo al valor civile, 38 encomi solenni, una medaglia mauriziana.
Al suo fianco compare, dopo la morte dell'amatissima moglie Dora Fabbo, una seconda moglie giovanissima e decisa: Emanuela Setti-Carraro. E' un periodo durissimo, però il futuro sembra sorridergli.

La grande guerra di mafia
Alla nomina a prefetto di Palermo il ministro degli Interni, Virginio Rognoni, comincia a pensarci sotto le feste del Natale 1981. L'escalation mafiosa è fortissima e l'austero generale sembra la persona giusta per arrestarla. Ne parla prima con l'allora presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini, poi con i segretari dei cinque partiti di maggioranza ed infine sonda gli umori delle forze di opposizione. Da tutti un aperto consenso e nel marzo 1982 comunica a Dalla Chiesa la nuova nomina.
Dallas non esita a manifestare perplessità, ma suadente Rognoni gli dice: "Caro generale, lei va a Palermo non come prefetto ordinario ma con il compito di coordinare tutte le informazioni sull'universo mafioso". Il ministro conta di dargli tutti i poteri in vigore per il suo compito; il generale, che sa quanto sia vana la parola 'coordinamento', vuole poteri reali, uomini, mezzi e fondi (saranno concessi solo al suo successore).
A maggio, quanto arriva a Villa Whitaker, trova una situazione pesante perché è scoppiata una gran guerra tra le cosche.
L'origine immediata di questa guerra è il progetto all'inizio del 1981 di creare una nuova Las Vegas ad Atlantic City nato da un'idea di Don Stefano Bontade e Totò Inzerillo, il principe di Villagrazia. Il guadagno netto stimato si aggira intorno ai 130 miliardi di lire all'anno. La raccolta dei fondi per l'operazione si rivela un successo, ma un controllo dei contabili di Cosa Nostra scopre un ammanco di 20 miliardi.
Nell'estate in cui c'è Dalla Chiesa a Palermo ci sono 52 morti e 20 lupare bianche.

Poi arriva la morte
Nella lotta a Cosa Nostra, nella sua stessa esistenza, la morte è una costante con cui occorre fare sempre i conti. "Purtroppo in questa difficile battaglia gli errori si pagano. Quello che per noi è una professione, per gli uomini di Cosa Nostra è questione di vita o di morte: se i mafiosi commettono degli errori, li pagano; se li commettiamo noi, ce li fanno pagare. (...) Da tutto questo bisogna trarre una lezione. Chi rappresenta l'autorità dello Stato in territorio nemico, ha il dovere di essere invulnerabile. Almeno nei limiti della prevedibilità e della fattibilità". Sono parole del giudice Falcone, tuttora attuali e vere, anche se talvolta Cosa Nostra si è dimostrata più abile e forte: di Chinnici, di Borsellino, dello stesso Falcone.
Gli uomini d'onore sanno benissimo di non essere invulnerabili e di doversi proteggere oltre la paranoia.
Dalla Chiesa. seguito da cento occhi, ascoltato da cento orecchie, è immerso nei veleni di Palermo e circondato da molti onorevoli e notabili che mal nascondono una viva preoccupazione.

Operazione Carlo Alberto
Significativo uno scambio di battute a distanza sui giornali.
Dalla Chiesa: "C'è una crescita della mafia, che va radicandosi anche come realtà politico-malavitosa".
Martellucci: "Io ho la vista acuta, eppure non ho mai visto la mafia".
Dalla Chiesa, alla commemorazione del colonnello dei Carabinieri Russo ucciso dalla mafia: "Aveva tutti e cinque i sensi sviluppati, ma la mafia l'ha ammazzato".
Il prefetto di Catania: "La mafia, qui da noi, non esiste". Il generale capisce che deve muoversi in fretta, prima che sia troppo tardi. Il primo giorno da prefetto a Palermo si fa portare a Villa Whitaker da un tassista. Altre volte si fa vedere a sorpresa tra la gente, incontra gli allievi dei licei, gli operai nei cantieri. Vuole scuotere la paura e suscitare il consenso".
Non si fa illusioni: "Certamente non sono venuto per sgominare la mafia, perché il fenomeno mafioso non lo si può sgominare in una battaglia campale, in una guerra lampo, un cosiddetto Blitz. Però vorrei riuscire a contenerlo, per poi sgominarlo". Infatti non rinuncia alla richiesta di poteri e mezzi. Quanto ai poteri c'è l'articolo 31 dello Statuto regionale della Sicilia, dove è scritto che le forze di polizia sono sottoposte disciplinarmente, per l'impiego e l'utilizzo, al governo regionale. Come dire che se c'è un governo regionale mafioso, esso ha legalmente più potere del rappresentante dello Stato.
Dalla Chiesa chiede fatti e poteri veri, ma a Roma si è restii a conferirgli poteri più significativi di quelli del ministro degli Interni.
Anche così, tuttavia, Dalla Chiesa agisce. In due successivi blitz, interrompe con 10 arresti il summit dei vincitori corleonesi a Villagrazia, mentre in via Messina Marine scopre una raffineria di eroina con una produzione di 50 chilogrammi a settimana.
Nel giugno 1982 invia il rapporto dei 162, una vera mappa del crimine organizzato. Al vertice ci sono i Greco di Ciaculli, con attività a Tangeri e in Sud America. Insieme ad essi i Corleonesi, il clan di Corso dei Mille. I perdenti Inzerillo, Badalamenti, Bontade, Buscetta sono stati invece massacrati.
Per 20, giorni i magistrati tacciono, poi spiccano 87 mandati di cattura: 18 arresti, ma restano latitanti una ventina dei più grossi tra cui Michele Greco il Papa, braccio violento di suo zio Totò Greco detto l'ingegnere.
Poi segue un rapporto della Guardia di Finanza sul mondo delle false fatture e dei contributi pubblici finiti nelle tasche di noti esponenti di Palermo e Catania. Inoltre il generale rispolvera l'efficace arma delle indagini su comparati, parentele e amicizie: avvia un'indagine sui registri di battesimo e nozze per vedere quali politici abbiano presenziato a eventi di famiglie mafiose. Riesamina anche vecchie voci di pranzi di ex-ministri con potenti boss e, con dodici agenti della Guardia di Finanza a prestito, fa setacciare ben 3.000 patrimoni.
Cosa Nostra decide che è il momento di risolvere il problema. Il 3 settembre 1982 trenta pallottole di Kalashnikov falciano Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti-Carraro mentre un altro killer liquida l'agente di scorta, Domenico Russo. Lui tenta di proteggere la moglie col suo corpo, ma il killer spara prima a lei.

Epilogo
Al funerale ci sono molte grida in favore della pena di morte. Solo Pertini ha potuto raggiungere indisturbato la sua auto mentre altre personalità sono state circondate, spintonate e colpite con monetine.
Il 5 settembre arriva una telefonata anonima al quotidiano La Sicilia: "L'operazione Carlo Alberto è conclusa".
DAL SITO ARMA CARABIIERI
GEN. C.A. CARLO ALBERTO DALLA CHIESA

NOTA BIOGRAFICA



Saluzzo, cittadina sabauda e piemontese sino al midollo, lo vede nascere il 27 settembre 1920. E' un figlio d'arte: il papà ufficiale dei Carabinieri (Romano), il fratello pure (Romolo). Il primo contatto con la vita militare è la dura guerra nel Montenegro come sottotenente nel 1941. Un anno dopo passa ai Carabinieri e viene assegnato alla tenenza di San Benedetto del Tronto dove resta fino al fatidico 8 settembre 1943.
Passa nella provincia di Ascoli Piceno e un bel giorno viene affrontato da un partigiano comunista. I partigiani della zona temevano che lui fosse responsabile del blocco dei rifornimenti di armi che gli alleati di tanto in tanto riuscivano a spedire via mare.
Alla domanda "Lei con chi sta, tenente, con l'Italia o la Germania?", Dalla Chiesa risponde offrendo la sua collaborazione e per un certo periodo le cose filano a meraviglia. Poi, purtroppo qualcuno fa la spia e per Dalla Chiesa è meglio cambiare aria e darsi alla macchia insieme agli altri patrioti: diventa un responsabile delle trasmissioni radio clandestine di informazioni per gli americani.
La guerra si chiude per lui con una promozione e due croci al merito di guerra, tre campagne di guerra, una medaglia di benemerenza per i volontari della II GM, il distintivo della guerra di liberazione ed una laurea in giurisprudenza conseguita a Bari. In quella stessa università prenderà più tardi la laurea in scienze politiche.
La Sicilia che lo vede arrivare giovane capitano è immersa nel regno di terrore della mafia agraria, quella di Don Calò Vizzini, di Genco Russo e di Luciano Leggio. E' una mafia che poi verrà rievocata con nostalgia quando emergeranno nuovi e ferocissimi boss, ma in realtà era solo più arcaica, non meno spietata.
Cosa Nostra ha stretto un patto di ferro con i più retrivi latifondisti che temono le lotte e le rivendicazioni contadine guidate dai sindacalisti comunisti e socialisti.

Nei covi di Corleone
Per Lucianeddu Leggio (più conosciuto come Liggio), il segretario della Camera del Lavoro di Corleone, Placido Rizzotto rappresenta una spina nel fianco. Parla troppo, protesta troppo, intralcia troppo. Rizzotto, un semplice bracciante, cresciuto tra le insidie di una mafia occhiuta ed oppressiva, è un tipo prudente e cauto che non manca di prendere le sue precauzioni. Leggio affida il compito ai suoi giovani cagnazzi, "Binnu" e "Totò u' curtu". Calogero Bagarella, Bernardo Provenzano e Totò Riina sono picciotti fedelissimi, aggressivi, spavaldi, che si mostrano in paese arrancando con il caratteristico incedere mafioso. Sono furbi e si rendono conto che bisogna prendere Rizzotto per tradimento.
Un giuda si trova. Il 10 marzo 1948 il sindacalista viene caricato su una macchina, portato in luogo sicuro, torturato e suppliziato. Il suo cadavere viene gettato in una forra Lo trovano molto tempo dopo e riconoscono i resti da uno scarpone.
Dalla Chiesa è chiamato dal colonnello Ugo Luca nel nuovissimo CFRB (Comando Forze Repressione Banditismo), che ha la missione di farla finita con Salvatore Giuliano, il re di Montelepre. A lui viene affidato il comando del gruppo squadriglie, basato a Corleone. Qui il piemontese ha primo impatto con questo tortuoso ambiente.
E' un ufficiale abile, duro, inflessibile, gran lavoratore, non meno paziente dei suoi avversari corleonesi. A dispetto dell'omertà e della paura estremamente diffuse riesce insieme ai suoi colleghi a inchiodare tutti gli assassini di Rizzotto e a spedirli sotto processo, incluso Leggio.
Vittoria di Pirro. Il processo si conclude con una serie di assoluzioni per insufficienza di prove. Il giovane capitano viene opportunamente trasferito. Premio, siluramento, precauzione? Chissà. La Sicilia gli è rimasta dentro al cuore.
Da ufficiale superiore è aiutante maggiore della legione e capo ufficio OAIO (Ordinamento Addestramento Informazioni Operazioni) della IV brigata di Roma e della legione di Torino. Poi regge i comandi del nucleo di polizia giudiziaria e del gruppo di Milano.

A caccia di battesimi e nozze
Negli anni Sessanta Carlo Alberto torna nell'isola del suo destino e per oltre 7 anni gli viene affidato come colonnello il Comando della Legione di Palermo (1966-1973).
Qualcosa dallo scacco di quindici anni fa l'ha imparata. Bisogna conoscere a fondo la situazione e raccogliere quante più prove possibili, facendo i conti con la realtà del posto.
Cosa Nostra non è stata con le mani in mano e si è adeguata rapidamente ai tempi nuovi. Ha progressivamente spostato i suoi interessi dal settore dell'agricoltura in cui aveva operato per oltre un secolo, a quelli industriale e commerciale, specialmente nel campo dell'edilizia e dei lavori pubblici. I tradizionali rapporti di "strusciamento con il potere" si rafforzano specialmente con le istituzioni amministrative e politiche in modo da influire sulle direttrici di sviluppo edilizio delle città, sull'ubicazione delle opere pubbliche, sulle destinazioni dei finanziamenti, sugli appalti.
Lo scambio è sempre lo stesso: appoggio politico contro concessioni illegali di licenze e appalti. Il risultato è che gradualmente una serie di politici aiutano l'espandersi delle attività economiche mafiose, quando i rappresentanti mafiosi non sono direttamente inseriti nel tessuto politico ed amministrativo.
Alla base dell'organizzazione c'è la 'famiglia', rigidamente ancorata al territorio. In essa ci sono gli uomini d'onore o soldati, comandati dai capidecina, guidati da un capo famiglia o rappresentante coadiuvato da un vice e da uno o più consiglieri. Più famiglie sono rette dai capi mandamento che siedono nella cupola o commissione provinciale.
Una struttura del genere è difficile da infiltrare, ma qualcosa si può sempre sapere ed è possibile conoscere la struttura attraverso il legame della famiglia. Sentiamo cosa diceva Dalla Chiesa alla commissione antimafia del 1962.
"Onorevole presidente, scoprirli [i capi mafiosi] non è difficile, in quanto i nomi sono sulle bocche di molti. (...) Vorrei mostrare (...) una scheda, che io ho preparato per la mia legione, per tutti i miei collaboratori, dedicata proprio ai mafiosi o indiziati tali.(...) attraverso le parentele e i comparati, che valgono più delle parentele, si può avere una visione organica della famiglia, della genealogia, più che un'anagrafe dei mafiosi. Quest'ultima è limitata al personaggio; la genealogia di ciascun mafioso ci porta invece a stabilire chi ha sposato il figlio del mafioso, con chi si è imparentato, chi ha tenuto a battesimo, chi lo ha avuto come compare di matrimonio; e tutto questo è mafia, è propaggine mafiosa (...) ... è molto più efficace seguire i mafiosi così, cioè non attraverso la scheda solita del ministero dell'Interno, ma da vicino, attraverso i figli, attraverso i coniugi dei figli, attraverso le provenienze, le zone dalle quali provengono, perché anche le zone d'influenza hanno la loro importanza".
Non è una trovata trascendentale, ma è il metodo e la costanza con cui ci si applica che danno i risultati.
Nel 1966 un vero e proprio censimento degli uomini d'onore è stato finalmente realizzato e si conclude con l'arresto di 76 boss. Gente come Frank Coppola (Frank Tre dita) e Gerlando Alberti vengono arrestati e spediti al soggiorno obbligato.

Il trionfo sulle Brigate rosse
All'epoca Dalla Chiesa credeva moltissimo al soggiorno obbligato, più tardi si accorgerà che era a doppio taglio: allontanava i boss dalle loro zone e favoriva l'estendersi della piovra altrove.
Poi i processi vanificheranno di nuovo la sua opera e un Dalla Chiesa più disilluso dichiarerà alla commissione antimafia riunita il 4 novembre 1970: "Siamo senza unghie, ecco; francamente, di fronte a questi personaggi, mentre nell'indagine normale, nella delinquenza, possiamo far fronte e abbiamo ottenuto anche dei risultati di rilievo, nei confronti del mafioso in quanto tale, in quanto inquadrato in un contesto particolare, è difficile per noi raggiungere le prove...".
Non c'è però tempo per i rimpianti. La lotta al terrorismo coinvolge presto Dalla Chiesa, ormai promosso generale. Dall'ottobre 1973 al marzo 1977 comanda la Brigata di Torino. Poi nel maggio 1977 assume l'incarico di coordinamento del servizio di sicurezza degli istituti di prevenzione e pena. Prima del suo arrivo le evasioni spettacolari avevano insinuato il sospetto che nelle carceri si potesse fare di tutto. Dopo la "cura" del generale vengono fuori le cosiddette supercarceri dalle quali la fuga è praticamente impossibile. Si tratta di un duro colpo sia per i terroristi che per i mafiosi, come ben sa Totò Riina finito proprio in uno di questi istituti di massima sicurezza.
Successivamente (settembre 1978) assume anche le funzioni di coordinamento e di cooperazione tra Forze di Polizia nella lotta al terrorismo.
Dallas, come lo soprannominano affettuosamente i suoi con una contrazione, è sempre un militare tutto d'un pezzo. Gira senza scorta perché crede che un ufficiale, all'assalto, non ci va con la scorta, ma sa benissimo coprirsi le spalle dalle insidie dei palazzi romani.
Quando riceve i pieni poteri per la lotta alle Brigate Rosse una stampa faziosa lo dipinge come un futuro uomo forte della scena politica italiana. Lui non si muove prima di una discreta e attenta gestione delle pubbliche relazioni, che gli garantisce un segnale di via libera anche da parte delle opposizioni.
Solo allora attua la sua controguerriglia urbana, conseguendo prestigiosi successi, celebrati dalla stampa nazionale ed internazionale, arrestando i capi storici delle Brigate Rosse e contribuendo validamente a debellare il fenomeno in Italia.
"I nostri reparti dovevano vivere la stessa vita clandestina delle Brigate Rosse. Nessun uomo fece mai capo alle caserme: vennero affittati in modo poco ortodosso gli appartamenti di cui avevamo bisogno, usammo auto con targhe false, telefoni intestati a utenti fantasma, settori logistici ed operativi distanti tra loro. I nostri successi costarono allo Stato meno di 10 milioni al mese".
Dal dicembre 1979 al dicembre 1981 comanda la prestigiosa Divisione Pastrengo a Milano per poi arrivare nel 1982 alla massima carica per un carabiniere: vice Comandante Generale dell'Arma.
Con le promozioni arrivano altre decorazioni: croce d'oro per anzianità di servizio, medaglia d'oro di lungo comando, distintivo di ferita in servizio, una Medaglia d'Argento al Valor Militare, una di Bronzo al Valor Civile, 38 encomi solenni, una medaglia mauriziana.
Al suo fianco compare, dopo la morte dell'amatissima moglie Dora Fabbo, una seconda moglie giovanissima e decisa: Emanuela Setti-Carraro. E' un periodo durissimo, però il futuro sembra sorridergli.

La grande guerra di mafia
Alla nomina a Prefetto di Palermo il ministro degli Interni, Virginio Rognoni, comincia a pensarci poco prima delle festività natalizie del 1981. L'escalation mafiosa è fortissima e l'austero generale sembra la persona giusta per arrestarla. Ne parla prima con l'allora presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini, poi con i segretari dei cinque partiti di maggioranza ed infine sonda gli umori delle forze di opposizione. Da tutti un aperto consenso e nel marzo 1982, Rognoni, comunica a Dalla Chiesa la nuova nomina.
Dallas non esita a manifestare perplessità, ma suadente Rognoni gli dice: "Caro generale, lei va a Palermo non come Prefetto ordinario ma con il compito di coordinare tutte le informazioni sull'universo mafioso". Il Ministro conta di dargli tutti i poteri in vigore per il suo compito; il generale, che sa quanto sia vana la parola 'coordinamento', vuole poteri reali, uomini, mezzi e fondi (saranno concessi solo al suo successore).
A maggio 1981, giunto a Villa Whitaker, trova una situazione pesante perché è scoppiata una gran guerra tra le cosche.
Il conflitto si scatena a causa di un progetto, ideato da Don Stefano Bontade e Totò Inzerillo (il principe di Villagrazia), che prevedeva la creazione di una nuova Las Vegas ad Atlantic City. Il guadagno netto stimato si aggira intorno ai 130 miliardi di lire all'anno. La raccolta dei fondi per l'operazione si rivela un successo, ma un controllo dei contabili di Cosa Nostra scopre un ammanco di 20 miliardi.
Nell'estate in cui c'è Dalla Chiesa a Palermo ci sono 52 morti e 20 lupare bianche.

Poi arriva la morte
Nella lotta a Cosa Nostra la morte è una costante con cui occorre fare sempre i conti. "Purtroppo in questa difficile battaglia gli errori si pagano. Quello che per noi è una professione, per gli uomini di Cosa Nostra è questione di vita o di morte: se i mafiosi commettono degli errori, li pagano; se li commettiamo noi, ce li fanno pagare. (...) Da tutto questo bisogna trarre una lezione. Chi rappresenta l'autorità dello Stato in territorio nemico, ha il dovere di essere invulnerabile. Almeno nei limiti della prevedibilità e della fattibilità". Sono parole del giudice Falcone, tuttora attuali e vere, anche se talvolta Cosa Nostra si è dimostrata più abile e forte: di Chinnici, di Borsellino, dello stesso Falcone.
Gli uomini d'onore sanno benissimo di non essere invulnerabili e di doversi proteggere oltre la paranoia.
Dalla Chiesa, seguito da cento occhi, ascoltato da cento orecchie, è immerso nei veleni di Palermo e circondato da molti onorevoli e notabili che mal nascondono una viva preoccupazione.

Operazione Carlo Alberto
Significativo uno scambio di battute a distanza sui giornali.
Dalla Chiesa: "C'è una crescita della mafia, che va radicandosi anche come realtà politico-malavitosa".
Martellucci: "Io ho la vista acuta, eppure non ho mai visto la mafia".
Dalla Chiesa, alla commemorazione del Colonnello dei Carabinieri Russo ucciso dalla mafia: "Aveva tutti e cinque i sensi sviluppati, ma la mafia l'ha ammazzato".
Il prefetto di Catania: "La mafia, qui da noi, non esiste". Il generale capisce che deve muoversi in fretta, prima che sia troppo tardi. Il primo giorno da Prefetto a Palermo si fa portare a Villa Whitaker da un tassista. Altre volte si fa vedere a sorpresa tra la gente, incontra gli allievi dei licei, gli operai nei cantieri. Vuole scuotere la paura e suscitare il consenso.
Non si fa illusioni: "Certamente non sono venuto per sgominare la mafia, perché il fenomeno mafioso non lo si può sgominare in una battaglia campale, in una guerra lampo, un cosiddetto Blitz. Però vorrei riuscire a contenerlo, per poi sgominarlo". Infatti non rinuncia alla richiesta di poteri e mezzi. Quanto ai poteri, l'articolo 31 dello Statuto regionale della Sicilia sancisce che le Forze di Polizia sono sottoposte disciplinarmente, per l'impiego e l'utilizzo, al governo regionale. Come dire che se c'è un governo regionale mafioso, esso ha legalmente più potere del rappresentante dello Stato.
Dalla Chiesa chiede fatti e poteri veri, ma a Roma si è restii a conferirgli poteri più significativi di quelli del ministro degli Interni.
Anche così, tuttavia, Dalla Chiesa agisce. In due successivi blitz, interrompe con 10 arresti il summit dei vincitori corleonesi a Villagrazia, mentre in via Messina Marine scopre una raffineria di eroina con una produzione di 50 chilogrammi a settimana.
Nel giugno 1982 invia il rapporto dei 162, una vera mappa del crimine organizzato. Al vertice ci sono i Greco di Ciaculli, con attività a Tangeri e in Sud America. Insieme ad essi i Corleonesi, il clan di Corso dei Mille. I perdenti Inzerillo, Badalamenti, Bontade, Buscetta sono stati invece massacrati.
Per 20 giorni i magistrati tacciono poi spiccano 87 mandati di cattura e 18 arresti, ma restano latitanti una ventina dei più grossi tra cui Michele Greco, il Papa, braccio violento di suo zio Totò Greco detto l'ingegnere.
Poi segue un rapporto della Guardia di Finanza sul mondo delle false fatture e dei contributi pubblici finiti nelle tasche di noti esponenti di Palermo e Catania. Inoltre il generale rispolvera l'efficace arma delle indagini su comparati, parentele e amicizie: avvia un'indagine sui registri di battesimo e nozze per vedere quali politici abbiano presenziato a eventi di famiglie mafiose. Riesamina anche vecchie voci di pranzi di ex-ministri con potenti boss e, con dodici agenti della Guardia di Finanza, fa setacciare ben 3.000 patrimoni.
Cosa Nostra decide che è il momento di risolvere il problema. Il 3 settembre 1982 trenta pallottole di Kalashnikov falciano Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti-Carraro mentre un altro killer liquida l'agente di scorta, Domenico Russo. Lui tenta di proteggere la moglie col suo corpo, ma il killer spara prima a lei.

Epilogo
Al funerale ci sono molte grida in favore della pena di morte. Solo Pertini ha potuto raggiungere indisturbato la sua auto mentre altre personalità sono state circondate, spintonate e colpite con monetine.
Il 5 settembre arriva una telefonata anonima al quotidiano La Sicilia: "L'operazione Carlo Alberto è conclusa".
Il Generale Dalla Chiesa siede tra gli eroi che l'Arma dei Carabinieri ha donato al Paese ed al Popolo italiano, ed anche quando si affievolisce il ricordo di lontani eroismi, resta indelebile la nuda, spartana virtù del dovere compiuto in nome di una società civile.

ONOREFICENZE E RICONOSCIMENTI:

Due Croci di Guerra;
3 campagne di guerra;
Medaglia di Benemerenza Volontari della II Guerra Mondiale;
Distintivo di Volontario della Guerra di Liberazione;
Medaglia d'Argento al Valor Militare;
Medaglia di Bronzo al Valor Civile;
Distintivo per ferite in servizio;
20 Encomi Solenni;
Grande Ufficiale al merito della Repubblica Italiana;
Medaglia Mauriziana;
Medaglia d'Oro di Lungo Comando;
Croce d'Oro per anzianità di servizio;
Medaglia d'Oro al Valor Civile;
Croce di Grande Ufficiale dell'Ordine Militare d'Italia
MEDAGLIA D'ARGENTO AL VALOR MILITARE

Motivazione

"Durante nove mesi di lotta contro il banditismo in Sicilia cui partecipava volontario, dirigeva complesse indagini e capeggiava rischiosi servizi, riuscendo dopo lunga, intensa ed estenuante azione a scompaginare ed a debellare numerosi agguerriti nuclei di malfattori responsabili di gravissimi delitti. Successivamente, scovati i rifugi dei più pericolosi, col concorso di pochi dipendenti, riusciva con azione rischiosa e decisa a catturarne alcuni e ad ucciderne altri in violento conflitto a fuoco nel corso del quale offriva costante esempio di coraggio.

Sicilia Occidentale, settembre 1949 - giugno 1950"

(Decreto Presidenziale 10 febbraio 1953)

MEDAGLIA DI BRONZO AL VALOR CIVILE

Motivazione

"Comandante di Legione territoriale accorreva, in occasione di un disastroso movimento sismico, nei centri maggiormente colpiti, prodigandosi per avviare, dirigere e coordinare le complesse e rischiose operazioni di soccorso alle popolazioni. Malgrado ulteriori scosse telluriche, persisteva nella propria infaticabile opera, offrendo nobile esempio di elevate virtù civiche e di attaccamento al dovere.

Sicilia Occidentale, gennaio 1968."

(Decreto Presidenziale 27 settembre1970)

MEDAGLIA D'ORO AL VALOR CIVILE

Motivazione

"Già strenuo combattente, quale altissimo ufficiale dell'Arma dei Carabinieri, della criminalità organizzata, assumeva anche l'incarico, come Prefetto della Repubblica, di respingere la sfida lanciata allo Stato democratico dalle organizzazioni mafiose, costituenti una gravissima minaccia per il Paese. Barbaramente trucidato in un vile e proditorio agguato, tesogli con efferata ferocia, sublimava con il proprio sacrificio una vita dedicata, con eccelso senso del dovere, al servizio delle Istituzioni, vittima dell'odio implacabile e della violenza di quanti voleva combattere.

Palermo, 3 settembre 1982".



LA MEMORIA

Monumenti:

Ventiquattro, tra lapidi, busti, e sculture, i monumenti dedicati alla memoria del Generale Dalla Chiesa. Tra questi il busto commemorativo deposto a Palermo ed il monumento realizzato dall'artista Marcello Sgattoni per il Comune di San Benedetto del Tronto dal titolo "... e la pietra gridò", ispirato ad una frase del Vangelo : "Se non direte la verità grideranno le pietre, verità in nome delle quali Dalla Chiesa ha dato la vita".

Intitolazioni di scuole, caserme, piazze, vie e parchi cittadini:

Prime tra tutte Roma che, il 25 aprile 1983 ha cambiato la denominazione della Via Legnano, prospiciente la Scuola Allievi Carabinieri, in Via Carlo Alberto Dalla Chiesa. In Italia sono alcune centinaia le strade, i plessi scolastici, le caserme dell'Arma dei Carabinieri e le strutture pubbliche, intestate alla memoria del Generale.

LIBRI :

La vita e le vicende professionali del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il cui barbaro assassinio ha avuto vasta eco anche sui più importanti quotidiani internazionali ed è riportato nell'autorevole periodico "THE TIMETABLES OF HISTORY"; edito dal "The wall street journal", sono state oggetto di numerosissime pubblicazioni, tra cui spiccano i seguenti libri :

Pino Arlacchi: "Morte di un generale", 1982;
Marco Nese: "Il generale Dalla Chiesa", 1982;
Eugenio Tutolo: "Carlo Alberto Dalla Chiesa, l'uomo dello Stato", 1982;
Francesco Damato: "L'ombra del generale: diario di un servizio televisivo sulla mafia dopo Dalla Chiesa", 1983 ;
Santina Acuto: "Dimenticati a Palermo: 3000 ore di morte da Pio La Torre a Carlo Alberto Dalla Chiesa", 1983 ;
Nando Dalla Chiesa: "Mafia vecchia, mafia nuova", 1985;
Gigi Moncalvo: "Il coraggio di sfidare la mafia", 1986;
Nando Dalla Chiesa: "Delitto imperfetto", 1987;
Patrizia Piotti: "I quotidiani italiani e l'omicidio Dalla Chiesa", 1989 ;
Elsa Vinci: "I misteri del palazzo antimafia: l'alto commissariato da Dalla Chiesa a Sica", 1991;
Pierangelo Spegno e Marco Ventura: "Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, un caso aperto", 1997;
Nando Dalla Chiesa: "Carlo Alberto Dalla Chiesa: in nome del popolo italiano", 1997.
Film.

Tra le opere cinematografiche ispirate dalla figura del Generale Dalla Chiesa spicca "Cento giorni a Palermo" di Giuseppe Ferrara (1984), cui si aggiungono:

"Il giorno della civetta" di Damiano Damiani (1968), tratto dall'omonimo libro di Leonardo Sciascia;
"Placido Rizzotto" di Pasquale Scimeca (2000);
"Il Generale Dalla Chiesa" di Giorgio Capitani (2007).




 
 
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