Cabruna Ernesto s. tenente - anc eroi

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Cabruna Ernesto s. tenente

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SOTTOTENENTE ERNESTO CABRUNA nato a Tortona (Alessandria) il 2 giugno 1889
deceduto il 9 gennaio 1960 Rapallo (Genova)

     

il più decorato carabiniere di tutta la Grande Guerra con numerose onorificenze, riconoscimenti e,
Medaglia  d'oro al valor Militare  

LE TANTE ONORIFICENZE






Con la seguente motivazione:
Magnifico asso cacciatore dell'aviazione, nella perfetta esecuzione di ordini come in arditissime iniziative, in combattimenti sostenuti e vinti con incredibile audacia anche da solo contro numero stragrande di temuti e ben agguerriti avversari, spesso in istato cagionevole di salute, prodigò in ogni circostanza di guerra la sua meravigliosa instancabile attività, con tempra di romano eroismo. Nell'ultima grande offensiva, cui volle ad ogni costo partecipare, uscendo dall'ospedale ove era degente per ferita, pur avendo il braccio destro ancora immobilizzato e dolorante e perciò trovandosi in condizioni di assoluta inferiorità, con inarrivabile tenacia di volere ed animosità, attaccava in lontano campo di aviazione, vari apparecchi nemici pronti a partire e ne incendiava due. In altra occasione si slanciava in mezzo ad un gruppo di trenta apparecchi nemici, abbattendone uno ed ostacolando agli altri il raggiungimento del loro obiettivo, essendo per lui la superiorità numerica del nemico stimolo ad ingaggire la lotta. Nelle più varie e difficili circostanze, dall'inizio alla fine della guerra, compiendo in complesso oltre 900 ore di volo, senza esitare di fronte alle più audaci imprese, rese alla Patria grandi e segnalati servizi.
Aiello (Udine), ottobre 1917 - Cielo del Piave, giugno-luglio-novembre 1918 R.D. 24 maggio 1924
La storia del Servizio aereo
L'attuale configurazione ed i mezzi aerei in uso della componente aerea dell'Arma rappresentano la risultante di un lunga evoluzione storica che, nel tempo, ha visto il Servizio avvalersi degli aeromobili Spad VII, AB 47J, AB 47G3 B1, AB 204 ed AB 205, modelli non più operativi ed ormai entrati a far parte della "storia" del volo.
Origini
I Carabinieri iniziano a volare durante il I Conflitto Mondiale, a cui partecipano con oltre 170 piloti inquadrati nel Corpo Aeronautico Militare del Regio Esercito, intervenendo a tutte le più importanti fasi della Grande Guerra.
Molte sono le figure di spicco che a bordo di trabiccoli volanti effettuano ricognizioni a bassissima quota sulle linee nemiche, bombardano obiettivi militari ed ingaggiano scontri aerei guadagnando medaglie e ricompense per comportamenti assolutamente straordinari, soprattutto se rapportati ai precari mezzi dell'epoca.
La figura più significativa di questo gruppo di avventurosi militari è certamente il Brigadiere Ernesto Cabruna, pluridecorato al Valor Militare e promosso Sottotenente per meriti di Guerra. Egli, in una delle otto vittorie riportate sul nemico, a bordo del suo Spad VII attacca da solo un bombardiere austriaco scortato da altri 10 velivoli avversari, riuscendo ad abbattere il capo formazione e costringere gli altri alla ritirata. Negli ultimi mesi della guerra, ferito, fugge dall'ospedale ove è ricoverato per tornare ad attaccare il nemico e, nonostante il braccio destro ingessato, riporta un'altra vittoria. Molti altri furono gli episodi eroici premiati, ma parecchi purtroppo furono anche i caduti. Conclusa la guerra, i Carabinieri tornano alla loro quotidiana attività tra la gente e con la nascita della Regia Aeronautica, nel 1923, si chiude definitivamente questa pagina di storia.
STORIA
Il sottotenente Ernesto Cabruna, nato a Tortona il 02/06/1889, è stato il più decorato carabiniere di tutta la Grande Guerra. Entrato nell’Arma il 18/10/1907, si offrì volontario per molti incarichi diventando protagonista dei tanti avvenimenti che accadevano in quegli anni. La promozione al grado di brigadiere gli fu concessa per l’eccezionale condotta durante il terremoto calabro-siculo. Si offrì poi volontario per la campagna Italo-Turca del 1911: quando mancavano poche ore alla partenza ricevette la notizia della morte della madre; il suo comandante gli riferì che poteva rimanere a casa, ma la sua richiesta fu solo di concedergli poche ore di permesso per salutare il feretro della madre.
In Turchia eseguì sempre con professionalità e senza nessuna discussione tutti gli ordini che gli vennero impartiti, tanto da ottenere dal comandante della spedizione, il generale Amelio, incarichi sempre più importanti, come quello di occupare l’isola di Coo unitamente ad un Battaglione del 4° Bersaglieri come capo della polizia. Sempre lontano dalla sua terra ricevette la notizia della morte del padre, arrivata pochi anni dopo quella della madre.
Al suo rientro in patria ottenne il comando della Stazione dei Carabinieri di Salbertrand, sul confine francese, ma allo scoppio della guerra prima in Europa e poi in Italia volle partire di nuovo volontario con lo stesso animo che il poeta d’Annunzio annunciava nei sui proclami. La sua richiesta venne accettata e fu impiegato nella 10° Compagnia Reali Carabinieri di stanza sull’Altopiano di Asiago.
Nel corso dell’offensiva austriaca di primavera (o di maggio), meglio conosciuta come Strafexpedition, si trovò ad Asiago durante un violento bombardamento d’artiglieria, ma non esitò a buttarsi tra le fiamme per soccorrere civili e compagni feriti incurante della propria vita. In questa occasione ottenne la sua prima Medaglia di Bronzo al Valor Miltare, conferitagli ad Asiago il 15 maggio 1916. Così recita la motivazione: «Mentre l’artiglieria nemica bombardava un paese, attendeva al salvataggio dei feriti rimanendo sul posto a compiere l’opera pietosa sotto l’intensa azione del fuoco avversario».
Grazie a questo atto eroico il 16 luglio 1916 gli venne concesso il trasferimento al deposito dell’Aeronautica di Torino, e dopo circa tre mesi ottenne il brevetto di pilota, realizzando così il suo sogno d’infanzia. Il 10 Novembre fu inviato in zona d’operazione prima nella 29ª Squadriglia di ricognizione, poi all’84° e 80° da caccia, per finire quindi nella Gloriosa Squadriglia 77ª sui campi di Marcon e di Aiello con velivoli da caccia Nieuport e Spad.
Nel suo libretto di volo si contano 900 ore di volo di guerra (numero raggiunto da pochi piloti), nelle quali ottenne 8 vittorie; in tutte le sue missioni di scorta non perse mai un aereo. Per i primi due aerei abbattuti, e per le sue missioni di scorta, ottenne la prima Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Il 29 marzo 1917, sopra i cieli di Conegliano, il brigadiere Ernesto Cabruna affrontò 11 aerei avversari, tra cui si distinguevano nitidamente tre aerei rossi Fokker “Petit Rouge” della Squadriglia degli assi di Von Richthofen e Albatros del capitano Brumowski. Nel brillante duello aereo Cabruna riuscì ad abbatterne uno e far scappare i rimanenti. Sul modulo della relazione di volo scrisse poche righe: «Affrontati da solo undici apparecchi nemici - abbattuto uno, messi in fuga gli altri». Venne proposto per una nuova Medaglia d’Argento al Valor Militare, commutata circa un mese dopo nella promozione al grado di Ufficiale dei Reali Carabinieri, sottotenente in servizio permanente. «E il nostro eroe - quale altro nome dare a un tale uomo? - continua ad essere il solitario cacciatore, che non conta i suoi avversari, pronto a battersi con intere squadriglie»: questa frase fu pronunciata dal grande poeta Gabriele D’Annunzio.
Il 15 giugno 1918, durante una nuova breve controffensiva austro-tedesca sul fronte del Piave, scorse 30 apparecchi nemici pronti a bombardare le nostre linee: il sottotenente Ernesto Cabruna si gettò contro di loro animando i fanti italiani che non credevano ai loro occhi. Alcuni ufficiali che assistettero a questa impresa scriveranno nei loro diari di reparto: «In questa giornata un aereo da caccia italiano con i contrassegni della 77ª Squadriglia si è buttato contro 30 aerei nemici. La sua follia è riuscita a mettere in fuga il nemico, che ha rinunciato al bombardamento delle nostre linee». Il Comandante della III Armata Emanuele Filiberto Duca d’Aosta lo definì nel bollettino ufficiale «sublime temerario».
Ormai la guerra era sul punto di finire ed in una sua missione di osservazione, mentre stava rientrando al campo di volo di Carpenedolo (Bs), gli esplose un tubo dell’olio motore accecandolo. Durante l’atterraggio l’aereo si capovolse procurandogli una frattura alla spalla. Violando gli ordini del medico e ancora convalescente, non volle rinunciare agli ultimi momenti della guerra e rientrò al suo reparto, dove venne accolto con entusiasmo da tutti i compagni. Nei giorni successivi localizzò su un campo di volo alcuni aerei austriaci pronti al decollo: pur non essendo guarito completamente dalla frattura della spalla che gli impediva di muovere bene il braccio destro, si buttò sulla pista sfidando il fuoco delle mitragliatrici di terra e riuscì a colpire e distruggere due aerei. Furono le ultime due vittorie di Cabruna.
Al termine del conflitto nacque il problema di Fiume. Alcuni soldati spinti da Gabriele D’Annunzio si rivoltarono contro chi non voleva Fiume italiana. Tra essi anche il sottotenente Ernesto Cabruna, che con lo stesso spirito combattivo si unì ai legionari di Fiume e fu il primo pilota ad atterrare sul campo d’aviazione dei Ronchi dei Legionari, dove si mise a disposizione della causa fiumana, ricoprendo fino all’ultimo le disposizioni impartite dallo stesso poeta. Quale volontario dei Legionari di Fiume si dimise anche dall’Arma dei Carabinieri Reali, sintetizzando in poche parole l’amarezza per la violazione dei patti di Londra: «Il tenente dei Carabinieri Ernesto Cabruna, non avendo più fiducia nella Monarchia e nelle istituzioni, rassegna le dimissioni da Ufficiale».
Nelle fasi dell’occupazione di Fiume Ernesto Cabruna dimostrò sempre il valore già espresso durante il terremoto calabro-siculo, la campagna Italo-Turca e la Grande Guerra, nonostante la sua salute peggiorasse sempre più. Per questa fede indiscussa il poeta amico Gabriele D’annunzio gli conferì la Medaglia d’Oro di Ronchi, con la seguente motivazione: «Oggi nell’ottavo anniversario della marcia di Ronchi, io conferisco la medaglia d’oro al mio legionario Ernesto Cabruna, già mio glorioso compagno d’ala della III Armata. Egli fu il primo aviatore giunto a Fiume da me occupata. In qualità di mio ufficiale di collegamento, in qualità di addetto agli affari segreti, rese grandi servigi alla Causa. Obbedendo ai miei ordini ben determinati, egli rimase in Fiume dopo il “Natale di sangue”. Mi rappresentò nobilmente e sagacemente nelle trattative per l’evacuazione di porto Sauro. Infine diede compimento all’impresa che gli avevo affidato conducendo l’Azione del 03 marzo 1922, come capo del Consiglio Militare, e secondando così quell’annessione che pur dovrà necessariamente essere allargata per tutte le Alpi Bedie e le Dinariche. Dal Vittoriale, 12/09/1927, Gabriele d’Annunzio di Montenevoso».
Alcuni mesi dopo la firma del trattato che sanciva Fiume italiana venne richiamato in armi con il grado di capitano della Regia Aeronautica, e nello stesso anno, per la precisione nel mese di maggio del 1924, gli venne concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione: «Magnifico asso cacciatore dell’aviazione, nella perfetta esecuzione di ordini, come in arditissime iniziative, in combattimenti sostenuti e vinti con incredibile audacia anche da solo contro un numero stragrande di tementi e ben agguerriti avversari, spesso in stato cagionevole di salute, prodigò in ogni circostanza di guerra la sua meravigliosa instancabile attività con tempra di romano eroismo. Nell’ultima grande offensiva, cui volle ad ogni costo partecipare, uscendo dall’ospedale ove era degente per ferita, pur avendo ancora il braccio destro immobilizzato e dolorante e perciò trovandosi in condizione di assoluta inferiorità, con inarrivabile tenacia di volere ed animosità, attaccava in lontano campo d’aviazione vari apparecchi nemici pronti a partire e ne incendiava due. In altra occasione si lanciava in mezzo a un gruppo di trenta apparecchi nemici, abbattendone uno e ostacolando agli altri il raggiungimento del loro obiettivo, essendo per lui la superiorità numerica del nemico stimolo ad ingaggiare la lotta. Nelle più varie e difficili circostanze compiendo in complesso oltre 900 ore di volo, senza esitare di fronte alle più audaci imprese, rese alla patria grandi e segnalati servizi. Aiello, ottobre 1918 - Cielo del Piave, giugno, luglio, novembre 1918».
Il capitano Ernesto Cabruna moriva in silenzio il 09.01.1960 a Rapallo nella pensione di Villa Azzurra e dopo tre anni la sua salma venne traslata e portata al Vittoriale perché riposasse, ultimo dei Legionari, accanto al suo Comandante.

NON TUTTI SANNO CHE.......dal sito ufficiale dell'Arma
CABRUNA ERNESTO
Tenente dei Carabinieri (Tortona, Alessandria, 2 giugno 1889 - Rapallo, Genova, 9 gennaio 1960) - Aveva appena diciotto anni quando, il 18 ottobre 1907, varcò la soglia della Legione Allievi Carabinieri di Roma.
Era già vice brigadiere quando nel 1911, volontario, partecipò alla campagna italo-turca e alle operazioni che, nel maggio 1912, un contingente di nostre truppe condusse nell'Egeo per la occupazione delle isole di Rodi e Coo.
Lo scoppio della Grande Guerra, nel 1915, trovò Cabruna nel grado di brigadiere, comandante della Stazione di Salbertrand in Piemonte, sul confine francese. Ancora una volta volontario, venne assegnato alla 10' Compagnia Carabinieri Mobilitata, con cui raggiunse il fronte il 5 ottobre 1915.
Nel maggio del 1916 chiese di diventare aviatore ed il 12 luglio venne assegnato al Deposito dell'Aeronautica di Torino. Dopo tre mesi era pilota di apparecchio Farman 14 e il 10 dicembre 1916 era già in zona di guerra, assegnato alla 29' Squadriglia aeroplani da ricognizione Farman, impegnata in un'intensa, febbrile attività quotidiana di ricognizione; erano le giornate che preparano la nona e la decima battaglia dell'Isonzo.

Nel giugno dei 1917, Cabruna, promosso nel frattempo maresciallo d'alloggio, era di nuovo al Deposito dell'Aeronautica di Torino, dove conseguì il brevetto di pilota dei Nieuport biplani. Tomato subito in prima linea, venne assegnato alla 84a Squadriglia da caccia, per poi passare all'80a e infine alla gloriosa 77a sui campi di Aiello e di Marcon, con velivoli Nieuport e Spaad.
Dal libretto di volo risultano al suo attivo in quel periodo novecento ore di volo di guerra, otto velivoli avversari abbattuti ed altri due incendiati su un campo nemico, un draken-ballon nemico distrutto.
Cabruna si rese celebre soprattutto per la sua audacia che assunse spesso toni di leggenda e che trovò consacrazione nelle motivazioni delle ricompense al valore che gli furono conferite.
Per il ciclo di operazioni portate a termine nei cieli del Carso e del Piave Cabruna ottenne la Medaglia d'Argento al Valor Militare: "Pilota da caccia abile e ardimentoso - si legge nella motivazione - dimostrava, in ogni circostanza, calma e sangue freddo ammirevoli eseguendo importanti e numerosi voli di guerra".

Il 1918, segnò la fase più intensa e più proficua dell'aviazione italiana che, riaffermando il proprio dominio dell'aria, offrì un contributo notevole alla vittoria decisiva delle nostre armi. In questo quadro, Cabruna compì gesta estremamente ardimentose.

Il 29 marzo 1918 avvistò, nel cielo di Conegliano, un apparecchio da bombardamento austriaco e dieci caccia di scorta che stavano per inoltrarsi al di sopra del territorio nazionale. Accettò la sfida e, passando con straordinaria abilità attraverso i cacciatori avversari, attaccò il velivolo del capostormo, abbattendolo. I gregari, allora, si dispersero e ripiegarono sulla loro base, rinunciando alla missione. Sul modulo per la relazione del volo sono annotate queste parole: "Affrontati, da solo, undici apparecchi nemici abbattutone uno, messi in fuga gli altri - Cielo dei Piave 29 marzo 1918".

Il Bollettino ufficiale del Comando Supremo dei 25 giugno 1918 riporta la motivazione della sua promozione per meriti di guerra a sottotenente dei Carabinieri in servizio permanente con anzianità 4 aprile 1918: "Avvistato e raggiunto, da solo, nel cielo di Conegliano un apparecchio nemico scortato da dieci caccia, fra i quali tre rossi, che si ritiene siano montati dai migliori "Assi" austro-germanici, rinunciò di darsi colà all'avventura pazza di affrontarli, cosa che però fece non appena li vide decisi a volgersi in territorio nostro, dando con sublime temerarietà combattimento, sempre da solo, a tutti undici, riuscendo, mercé abilissime manovre, ad isolare il rosso "capo pattuglia" e scompigliare e disperdere i rimanenti dieci, che, tutti alla spicciolata fuggirono planando in loro territorio rinunciando definitivamente ad effettuare la ricognizione o il bombardamento".

L'impresa fornì lo spunto al famoso illustratore Achille Beltrame del "La Domenica del Corriere" per una copertina a colori apparsa sul settimanale milanese nel settembre 1918, dal titolo "1 contro 11".

L'intensa attività di volo e le vittorie riportate fece guadagnare nel 1918 al Cabruna la seconda Medaglia d'Argento al Valor Militare: "Audacissimo pilota da caccia - dice la motivazione - con tenace volontà ed ardire prodigò l'opera sua instancabile e meravigliosa con zelo ed entusiasmo".

Il 26 settembre a Cabruna venne affidato un importante servizio di crociera sulle posizioni tenute dagli austriaci dal Piave al Trentino. Decollando dalla base di Marcon presso Mestre, egli risalì tutto il Piave, sorvolando gli altipiani e quindi, giunto al termine del suo compito di osservazione, si diresse su Brescia per atterrare nel campo di Castenedolo. Stava già planando, quando d'improvviso si ruppe una tubazione della pompa dell'olio. Il liquido spruzzò ovunque colpendo al viso il pilota che, accecato, perse per alcuni instanti il controllo dell'apparecchio che urtò contro la terra molle di un seminato e si capovolse. Cabruna venne ricoverato presso l'ospedale militare di Brescia con commozione cerebrale grave, frattura della clavicola destra ed escoriazioni in più partì del corpo. Dopo un mese appena era di nuovo in squadriglia.

Il 31 ottobre, in volo di crociera sulle difese austriache, si spinse fino al suo vecchio campo di Aiello, ormai in mano avversaria, ed attaccò una squadriglia di caccia mentre rullava per il decollo: riuscì a colpire due apparecchi che si incendiarono. Fu la sua ultima impresa. Per l'azione, particolarmente meritoria perché compiuta in condizioni fisiche assai precarie, venne insignito della Croce di Guerra al Valor Militare.Al termine del conflitto a Cabruna venne concessa, in commutazione della seconda Medaglia d'Argento, la Medaglia d'Oro al Valor Militare:
«Magnifico asso cacciatore dell'aviazione, nella perfetta esecuzione di ordini, come in arditissime iniziative, in combattimenti sostenuti e vinti con incredibile audacia anche da solo contro un numero stragrande di temuti e ben agguerriti avversari, spesso in stato cagionevole di salute, prodigò in ogni circostanza di guerra la sua meravigliosa instancabile attività con tempra di romano eroismo. Nell'ultima grande offensiva, cui volle ad ogni costo partecipare, uscendo dall'ospedale ove era degente per ferita, pur avendo ancora il braccio destro immobilizzato e dolorante e perciò trovandosi in condizioni di assoluta inferiorità, con inarrivabile tenacia di volere ed animosità, attaccava in lontano campo d'aviazione vari apparecchi nemici pronti a partire e ne incendiava due. In altra occasione si lanciava in mezzo a un gruppo di trenta apparecchi nemici, abbattendone uno ed ostacolando agli altri il raggiungimento del loro obiettivo, essendo per lui la superiorità numerica del nemico stimolo ad ingaggiare la lotta. Nelle più varie e difficili circostanze, compiendo in complesso oltre 900 ore di volo, senza esitare di fronte alle più audaci imprese, rese alla Patria grandi e segnalati servizi. - Aiello, ottobre 1918 - Cielo del Piave, giugno, luglio, novembre 1918».
I Carabinieri aviatori
Un "Asso" con gli Alamari (dal sito ufficiale dell'Arma)
Alla fine della guerra il comando superiore d'Aeronautica, posto direttamente sotto il comando supremo e guidato dal generale Bongiovanni, adottò criteri estremamente rigorosi per stilare l'elenco dei piloti che avevano diritto a fregiarsi del titolo di assi. Venivano presi in considerazione soltanto gli abbattimenti accertati di aerei nemici. In testa a questa classifica di eroi figurava, con 34 abbattimenti, Francesco Baracca. In nona posizione, con 8 vittorie, figurava il tenente Ernesto Cabruna.
Nato a Tortona il 2 giugno 1889, Cabruna aveva nel sangue lo spirito d'avventura e l'amore per l'aviazione. A sedici anni si era costruito un aliante, assemblato utilizzando perfino le lenzuola di casa. Entrato nei Carabinieri, si era distinto nelle operazioni di soccorso a Messina, in occasione del terremoto del 1908. Nell'ottobre del 1910 presentò due domande di brevetto per un aeroplano con una superficie alare di maggior portanza e per un nuovo disegno di elica, partecipando ormai in pieno alla febbre dell'aviazione. Purtroppo il ministero della Guerra non accolse la sua domanda per il battaglione specialisti del Genio a Torino per approfondire gli studi aeronautici. Si consolò partecipando volontario alla campagna di Libia nel 1911.
Quando scoppiò la Grande Guerra prestava servizio in una sperduta guarnigione al confine con la Francia. «E' la guerra che ora ruba tutto il mio ardore, tutte le mie affettuosità, tutto quello di caro e di buono può avere la mia anima ed il mio cuore. Confinato in questo paese senza anche una lontana speranza di poter pur io trovarmi fra i tanti che già combattono, fremo dal desiderio e dallo sconforto, vivendo malinconico e triste e nulla mi dà più pensiero di questa contrarietà che vorrei sorpassare e vincere. La sola preoccupazione di dover vivere quassù senza pericoli, senza ansie, senza soddisfazioni e senza poter dar sfogo agli impulsi azzardati del mio cuore, mi avvilisce ed annienta ogni mio sentimento, anche ogni mio dovere». Così scrisse alla sua amata sorella Fillide.
Ormai niente lo poteva più fermare. Ad Asiago (15 maggio 1916) si guadagnò la prima medaglia di bronzo per l'eroica opera di soccorso ai feriti. Il 12 luglio fu accolta la sua domanda di trasferimento ed entrò nel deposito aviatori di Torino: dopo tre mesi si qualificò per il pilotaggio di un Farman 14.
Dal novembre all'aprile dell'anno successivo fu impegnato in missioni di ricognizione e nel lancio di manifestini: la guerra psicologica si avvalse in larga misura del mezzo aereo, soprattutto dopo la spericolata incursione di D'Annunzio su Vienna.
Nel giugno del 1916, il maresciallo Cabruna ottenne il brevetto per pilotare il biplano da caccia Nieurport e nell'80ª squadriglia da caccia mostrò tutta la sua valentia. Il suo aereo aveva sulla carlinga un grande asso di cuori: metafora del suo animo appassionato ed amante dell'azzardo. Si impegnò in una serie di brillanti missioni di scorta a nostri ricognitori coronata il 28 ottobre 1917 all'abbattimento di un aereo austriaco in un duello.
Il 14 novembre, mentre scortava sulla rotta di ritorno un bombardiere, venne intercettato da cinque caccia nemici. Non si preoccupò di contare nemici, impegnato a difendere il bombardiere, che planò rapidamente verso le linee amiche. I nemici riuscirono a sforacchiare il suo aereo, ma Cabruna se la cavò ugualmente sganciandosi con una manovra radente sulle linee austriache.
Un mese dopo abbatté il suo secondo nemico ottenendo, anche per altri atti di valore, la sua prima medaglia d'argento.
Passato alla 77ª squadriglia, abbatté un terzo aereo. Il 29 marzo avvistò un grosso bombardiere sui cieli del Montello. Non era una preda facile: era scortato da ben dieci caccia, tre dei quali dipinti di rosso, il colore adottato dalla squadriglia del celebre capitano austriaco Brumovsky sulla moda di von Richthofen. Dopo un attimo di incertezza (vista la superiorità numerica dei nemici), vedendo che avanzavano pericolosamente verso le linee italiane, decise di ingaggiare il duello. E, con sicuro istinto psicologico, puntò dritto sul capo pattuglia, riuscendo ad abbatterlo. I piloti nemici ebbero uno sbandamento e decisero di rinunciare alla battaglia. Cabruna scrisse sul modulo di volo: "Affrontati, da solo, undici apparecchi nemici, abbattutone uno, messi in fuga gli altri", veni vidi vici. Per meriti di guerra fu promosso sottotenente.
Neanche tre mesi dopo, il 15 giugno, il sottotenente Cabruna piombò su uno stormo di 30 apparecchi in missione di bombardamento: un caccia precipitò dopo uno scontro di appena 100 colpi. Altri 150 gli bastarono cinque giorni dopo per assestare una stoccata mortale ad un altro caccia. Ventiquattr'ore dopo lo sventurato osservatore di un pallone frenato Drachen, morì folgorato dalle scariche del tenentino.
La sua attività incontenibile gli valse una seconda medaglia d'argento; nemmeno una ferita a un braccio provocata da un guasto dell'aereo riuscì a fermarlo: rifiutò il ricovero in ospedale e pochi giorni più tardi (il 2 novembre) piombò sul campo di aviazione austriaco di Aiello, schiantando in fase di decollo due dei sei componenti di una squadriglia nemica. Lo fermò soltanto la fine della guerra: il suo valore fu riconosciuto con una medaglia d'oro, commutata con la sua seconda d'argento ed una terza in predicato.
ALTRI VALOROSI. Cabruna non fu il solo a coprirsi di gloria nei cieli del NordEst: altri suoi colleghi, si resero protagonisti di gesta ugualmente epiche pilotando ricognitori o bombardieri.
Un caso abbastanza singolare fu quello del corazziere Italo Luigi Urbinati. Nato nel 1891, entrò volontario nell'esercito come già avevano fatto i suoi fratelli. Mosse i primi passi della carriera militare nel nuovo corpo degli autieri, dove incontrò il barone Cillario, un alto ufficiale dei carabinieri che, notando la sua imponente statura di oltre due metri, lo fece entrare nel corpo dei Corazzieri.
Allo scoppio della guerra Urbinati non nascose la propria irrequietezza. Orgoglioso di far parte di un corpo di élite, era deluso dalla circostanza di trovarsi lontano dal fronte. Ottenne il trasferimento nell'aviazione. E poco tempo più tardi divenne un ricognitore marittimo. Come abbiamo visto gli albori dell'Aeronautica militare consentivano questi affascinanti ibridi tra il cavaliere e l'aviatore di marina, così lontani dall'attuale separazione e specializzazione tra armi e forze armate. Dal campo di aviazione di Marcon, Urbinati si levò più volte in volo di ricognizione dall'alba al tramonto con una squadriglia di Caproni per individuare lungo la costa istriana i movimenti della flotta austriaca, che aveva le sue potenti basi a Pola ed a Cattaro.
La flotta imperiale era un fattore strategico trascurabile nel conflitto anche perché la flotta italiana aveva saggiamente evitato un rischioso confronto in mare aperto.
Nel 1917 alla squadriglia vennero affidati compiti di bombardamento tra cui l'attacco diurno a due corazzate al largo di Pola. L'abilità di Urbinati era conosciuta a tal punto da affidargli il compito di istruttore di bombardieri trimotori al combattimento notturno.
Dopo Caporetto il comandante dell'aviazione, generale Bongiovanni, chiese il massimo sforzo per coprire la ritirata italiana. Uno sforzo impari, come dimostrò poi tutta la successiva storia dell'Aeronautica militare, specialmente considerando le limitate capacità belliche degli aerei d'allora. Il 2 novembre 1917 la squadriglia ricevette l'ordine di bombardare un accampamento austriaco a Motta di Livenza. Per colpire e mitragliare con efficacia era indispensabile scendere a bassa quota: Urbinati fu colpito alla testa. Ebbe una medaglia d'argento alla memoria.
Altri eroi subirono la stessa sorte, cadendo in un volo senza ritorno: carabiniere Alpi (bronzo); carabiniere Appinato (bronzo); sottotenente Artuso (un bronzo e un argento, una croce di guerra nel 1920); brigadiere Balandi (bronzo); vicebrigadiere Baldazzi (argento); vicebrigadiere Borrello (due argenti alla memoria); carabiniere Botteghi (argento); carabiniere Cantù (bronzo); brigadiere Comazzi (due argenti); brigadiere Malfranesi (bronzo); brigadiere Mocellin (argento alla memoria); maresciallo Pancani (tre bronzi); capitano Sequi (argento); brigadiere Vulcano (argento).


 
 
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